Nel 1989 Sergio Zavoli, grande giornalista, già Presidente della Rai e successivamente senatore del centro sinistra, presenta un programma dal titolo “La notte della repubblica”.
E’ uno spaccato arguto e critico degli anni ’70. Quelli che furono tristemente chiamati gli “anni di piombo”.
A molti anni di distanza è giusto chiedersi cosa sia rimasto, di quel periodo, nelle coscienze degli italiani e cosa sia giusto trasferire alle nuove generazioni in termini di esperienze sociali e culturali.
Alla fine del secondo conflitto bellico, l’Italia, è un paese distrutto e affamato da una dittatura entrata nell’epidermide del paese, con un’economia bloccata e arretrata e una forte disuguaglianza sociale e culturale fra nord e sud. Un Paese, però, vivo, capace di reagire agli orrori della guerra e compiere una vera e propria svolta in poco più di due lustri. L’Italia del “boom economico” diventa fatto compiuto. Oggettivo. Al culmine di questo stato di benessere, incombe l’ombra cupa del ’68. Nessuno è in grado chi capirne il peso, la portata politica e quanto il futuro di una intera generazione ne resterà influenzato. Irrimediabilmente. Le rivendicazioni sindacali e i “cambiamenti” voluti dal mondo accademico travolgono una classe dirigente troppo attenta agli interessi individuali per pensare di poter risolvere quelli collettivi di una classe operaia sempre più importante nella logica di una costante crescita produttiva.
E’ da questa insoddisfazione, dalla paura di una deriva militare di stampo golpista, da un’economia che improvvisamente rallenta, anche a causa della crisi petrolifera che colpisce senza distinzioni tutta l’Europa, che il germe del terrorismo prende forma e si insinua nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche. Lo spostamento dell’asse politico a sinistra comporta, tempestivamente, una reazione degli ambienti neofascisti ancora legati al recente passato. E’ l’inizio della strategia della tensione.
In questi anni l’Italia è travolta da fatti sanguinosi terribili, molto dei quali impuniti ancora oggi, firmati da sigle legate all’eversione sia “rossa” che “nera”. Piazza Fontana, l’omicidio Calabresi, Piazza della Loggia, sino al culmine del rapimento e assassinio dell’On. Aldo Moro.
In Italia accade anche questo. Che un Presidente del Consiglio pronto a ricevere la fiducia del Parlamento, venga rapito e ucciso 55 giorni dopo.
Giorgio Bocca di quegli anni scrisse: ”In quegli anni anni nessuno sa bene se stia nascendo un mondo nuovo o se si affondi nell’antica barbarie, ma tutti sanno che è il tempo della morte e sono in molti ad accontentarsi di questa risposta: ci fu un tempo in cui arrivarono, i giorni del labirinto e poi quei giorni si dileguarono, quel buio scomparve. Niente altro”
Non sono d’accordo. Credo che l’omicidio della memoria sia l’atto “criminale” più cinico e subdolo da proporre alle nuove generazioni che di quegli eventi conoscono, nella migliore delle ipotesi, solo delle immagini in bianco e nero.
Non esiste analisi ideologica che regga di fronte all’orrore fanatico di quegli anni se non si riconosce, senza fraintendimento, l’offesa e i danni arrecati ai parenti delle vittime e alla parte sana e democratica della nazione.
Complici di questa infamia furono coloro i quali che, delle azioni del brigatismo rosso e di tutta quell’area extraparlamentare di sinistra, parlarono di terrorismo di stampo fascista. Altri, più indulgenti, li definirono “compagni che sbagliavano”.
Dovevano portare in “paradiso la classe operaia” (per la gioia di Elio Petri) ed invece hanno prodotto il nulla. Combattevano, nelle farneticanti rivendicazioni, il SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali) e l’odioso capitalismo. Invece, a morire, come giustamente più volte ha criticamente sottolineato Giampaolo Pansa, furono guardie, agenti, professionisti, giornalisti, sindacalisti e operai. In questo vortice di sangue son finiti anche loro. Più proletari dei loro assassini.
I giovani d’oggi non dimentichino mai cosa Leonardo Sciascia scrisse di questi signori: “Le Brigate Rosse avranno studiato ogni possibile manuale di guerriglia, ma nella loro organizzazione e nelle loro azioni c’è qualcosa che appartiene al manuale non scritto della mafia”.
giovedì 22 maggio 2008
mercoledì 14 maggio 2008
Grillo mea lux
Consiglio a tutti la lettura del meraviglioso pezzo che appare oggi su "Il Riformista", a firma Tonia Mastrobuoni, dal titolo "Che bolletta, Grillo". Il "nostro" generoso (per i consumi) censore delle istituzioni è stato colto in fallo dalla brava giornalista. Insomma, una vicenda stile "predico bene e razzolo male". Il "nostro" ha recentemente dichiarato che la Rete, unico baluardo invalicabile della democrazia partecipata, spazzerà via classe dirigente, servi del potere e ladri. Chissà se, il "nostro", saprà rivolgere anche verso se stesso questa brillante intuizione". Io, intanto, dò il mio piccolo contributo.
martedì 6 maggio 2008
"The Goodfellas"
La notizia buona è che li hanno arrestati tutti. Nessuno escluso. Li guardi e pensi che la delinquenza ed il rancore non possano abitare le loro menti. Ed invece, hanno mostrato ad un Paese attonito ignoranza e fragilità. Fragilità è pensare di affronatre la vita a pugni e calci perchè non si è in grado di avere passioni ed emozioni vere. Se lo scopo di una vita è pestare a morte il primo che passa per strada, così, per sfizio, per provare la propria invincibilità, è venuto il momento di predicare senza fraintendimento alcuno la tolleranza zero.
Il carcere darà loro la possibilità di riflettere e magari, studiare e leggere, con un profitto migliore rispetto a quello riportato dai media. Non discuto "il libero arbitrio" di professare il proprio credo politico, ma, mi chiedo, se questa gente abbia mai letto un libro in vita propria. Si definiscono di destra, destra radicale, ma ne conoscono le basi culturali? Hanno letto Celine? hanno letto mai Drieu La Rochelle oppure i "Cantos" di Ezra Pound? Allo stesso tempo, conoscono Amos Oz o Abraham Yehoshua, i loro acerrimi "nemici"?
Avranno, ora, molto tempo per mettersi in pari. Ciao Nicola...
Il carcere darà loro la possibilità di riflettere e magari, studiare e leggere, con un profitto migliore rispetto a quello riportato dai media. Non discuto "il libero arbitrio" di professare il proprio credo politico, ma, mi chiedo, se questa gente abbia mai letto un libro in vita propria. Si definiscono di destra, destra radicale, ma ne conoscono le basi culturali? Hanno letto Celine? hanno letto mai Drieu La Rochelle oppure i "Cantos" di Ezra Pound? Allo stesso tempo, conoscono Amos Oz o Abraham Yehoshua, i loro acerrimi "nemici"?
Avranno, ora, molto tempo per mettersi in pari. Ciao Nicola...
martedì 29 aprile 2008
Roma Kaputt Mundi
Il colpo di reni non c'è stato. La sinistra sprofonda nel mare di umiliazioni che hanno contraddistinto le ultime tornate elettorali. Anche Roma è perduta. O meglio l'abbiamo riportata a casa. Lontana dalle logiche di potere che hanno segnato gli anni "rutelliani e veltroniani".
Vincere nella culla del "veltronismo" ha un sapore speciale, specialmente per mano di chi, da giovane, amava cantare "il domani appartiene a noi".
Quella fase postfascista, segnata dai campi hobbit, è passata. Ora si apre, una fase nuova sia per il Paese che per la capitale stessa. An, ingabbiata dalla vittoria leghista al nord, ha risposto in modo coeso e organizzato, intercettando i voti delle classi meno agiate, come il partito di Bossi ha fatto al nord. La voglia di cambiamento si è concretizzata il 13-14 aprile con lo tsunami elettorale a favore di Berlusconi e del Popolo della Libertà. Roma è stata la ciliegia sulla torta, dove le condizioni di sciatteria, degrado e poca sicurezza hanno punito chi ha governato una città a propria immagine e somiglianza. Per Veltroni e Rutelli, ormai, Roma è Kaputt..mundi.
Vincere nella culla del "veltronismo" ha un sapore speciale, specialmente per mano di chi, da giovane, amava cantare "il domani appartiene a noi".
Quella fase postfascista, segnata dai campi hobbit, è passata. Ora si apre, una fase nuova sia per il Paese che per la capitale stessa. An, ingabbiata dalla vittoria leghista al nord, ha risposto in modo coeso e organizzato, intercettando i voti delle classi meno agiate, come il partito di Bossi ha fatto al nord. La voglia di cambiamento si è concretizzata il 13-14 aprile con lo tsunami elettorale a favore di Berlusconi e del Popolo della Libertà. Roma è stata la ciliegia sulla torta, dove le condizioni di sciatteria, degrado e poca sicurezza hanno punito chi ha governato una città a propria immagine e somiglianza. Per Veltroni e Rutelli, ormai, Roma è Kaputt..mundi.
venerdì 18 aprile 2008
La fine dell'uomo nuovo
Ha vinto Berlusconi. Piaccia o meno, la vittoria è stata netta. Nel baseball verrebbe decretata la manifesta inferiorità. I motivi di questo successo sono molteplici. Primo fra tutti la volontà di semplificare la politica e mettere nell’angolo coloro che hanno, di fatto, eroso consensi e frenato l’azione politica dell’ultimo governo presieduto dal leader di Forza Italia.
La sfida del “predellino” di San Babila ha riportato il futuro premier al centro dell’azione politica nazionale, cavalcando l’antipolitica come nessuno sarebbe stato in grado. Ridicolizzando Grilli parlanti, neodem di ispirazione veltroniana e soprattutto la maggioranza in carica, incapace di modernizzare il paese, di renderlo innovativo e competitivo sui mercati mondiali.
In fin dei conti quello che è successo il 13 e 14 aprile non avrebbe nulla di anomalo se non per un particolare: la fine della rappresentatività parlamentare di stampo comunista in Italia.
Un comunismo che non ha avuto più nulla da dire al suo elettorato. Un elettorato che è maturato, che ha colto il superamento ideologico, buono forse per la Rivoluzione industriale, non certo per il terzo millennio. Bertinotti, Diliberto, Giordano, impresentabili agli occhi dei loro sostenitori, sono stati puniti per non aver colto il malumore e la paura generata da una politica terzomondista che non guardava più agli strati deboli della società, ma all’indulgenza verso i clandestini, “produttori” non sempre inconsapevoli di delinquenza, oppure evidenziando l’atavico odio verso gli Stati Uniti e l’occidente come deleteria espressione del capitalismo.
La storia ha fatto giustizia. Arriviamo con vent’anni di ritardo, ma anche noi abbiamo definito il capolinea e il confine fra democrazia compiuta e sistemi che si ispirano ancora apertamente ad un tragico passato. Urss, Cambogia, Vietnam, Corea del Nord, Cuba sono la sottile linea rosso(sangue) che ha procurato guerre, torture, povertà e miseria.
Il successivo scardinamento sarà quello dei “poteri forti” che dominano il nostro sistema culturale dal dopoguerra, e della “triplice” che, guarda a caso, è espressione di un mondo cattolico sgretolato (quello democristiano), di un mondo socialista giustiziato (da tangentopoli), di un mondo comunista superato (dalla storia).
Una piccola riserva indiana, però, per i reduci della rivoluzione d’ottobre c’è. E ci sarà sempre. Il posto più idoneo per la sinistra radicale e i suoi guappi: la piazza.
Un posto dove ogni eccesso è consentito, ogni insulto applaudito, ogni intolleranza giustificata. Avanti compagni, il 25 aprile è dietro l’angolo. Il Parlamento riconsegna alla strada e ai consigli di fabbrica i sogni marxisti della lotta di classe.
Magari, partirà una nuova stagione violenta. La voglia di sentirsi vivi, a volte, produce isterismi difficili da controllare. Dove batte il cuore della democrazia, la libertà si difende con il voto.
Se ne sono accorti tutti. Gli italiani stanchi dei parolai per primi. Disse Papa Giovanni Paolo II del comunismo: “si è rivelata una medicina peggiore del male che intendeva curare.” La fine dell’uomo nuovo.
La sfida del “predellino” di San Babila ha riportato il futuro premier al centro dell’azione politica nazionale, cavalcando l’antipolitica come nessuno sarebbe stato in grado. Ridicolizzando Grilli parlanti, neodem di ispirazione veltroniana e soprattutto la maggioranza in carica, incapace di modernizzare il paese, di renderlo innovativo e competitivo sui mercati mondiali.
In fin dei conti quello che è successo il 13 e 14 aprile non avrebbe nulla di anomalo se non per un particolare: la fine della rappresentatività parlamentare di stampo comunista in Italia.
Un comunismo che non ha avuto più nulla da dire al suo elettorato. Un elettorato che è maturato, che ha colto il superamento ideologico, buono forse per la Rivoluzione industriale, non certo per il terzo millennio. Bertinotti, Diliberto, Giordano, impresentabili agli occhi dei loro sostenitori, sono stati puniti per non aver colto il malumore e la paura generata da una politica terzomondista che non guardava più agli strati deboli della società, ma all’indulgenza verso i clandestini, “produttori” non sempre inconsapevoli di delinquenza, oppure evidenziando l’atavico odio verso gli Stati Uniti e l’occidente come deleteria espressione del capitalismo.
La storia ha fatto giustizia. Arriviamo con vent’anni di ritardo, ma anche noi abbiamo definito il capolinea e il confine fra democrazia compiuta e sistemi che si ispirano ancora apertamente ad un tragico passato. Urss, Cambogia, Vietnam, Corea del Nord, Cuba sono la sottile linea rosso(sangue) che ha procurato guerre, torture, povertà e miseria.
Il successivo scardinamento sarà quello dei “poteri forti” che dominano il nostro sistema culturale dal dopoguerra, e della “triplice” che, guarda a caso, è espressione di un mondo cattolico sgretolato (quello democristiano), di un mondo socialista giustiziato (da tangentopoli), di un mondo comunista superato (dalla storia).
Una piccola riserva indiana, però, per i reduci della rivoluzione d’ottobre c’è. E ci sarà sempre. Il posto più idoneo per la sinistra radicale e i suoi guappi: la piazza.
Un posto dove ogni eccesso è consentito, ogni insulto applaudito, ogni intolleranza giustificata. Avanti compagni, il 25 aprile è dietro l’angolo. Il Parlamento riconsegna alla strada e ai consigli di fabbrica i sogni marxisti della lotta di classe.
Magari, partirà una nuova stagione violenta. La voglia di sentirsi vivi, a volte, produce isterismi difficili da controllare. Dove batte il cuore della democrazia, la libertà si difende con il voto.
Se ne sono accorti tutti. Gli italiani stanchi dei parolai per primi. Disse Papa Giovanni Paolo II del comunismo: “si è rivelata una medicina peggiore del male che intendeva curare.” La fine dell’uomo nuovo.
martedì 15 aprile 2008
La regola del 10
Era il 10 febbraio quando i giornali, quelli che contano, nel senso che danno i numeri (vedi Repubblica con il titolo in prima pagina "100.000 a Milano per Veltroni" !!) narrando le vicende del prode "Ualter" da Spello , annunciavano al mondo intero che "IL NUOVO" si era finalmente manifestato.
Un nuovo un pò restaurato, al botulino, con evidenti segni di liposuzione. Ma bello, terribilmente bello e affascinante agli occhi di Scalfari e Mieli.
E' partita la rimonta. Si può fare narrava la campagna di comunicazione di "Ualter". Prodi? Prodi chi? Visco? Visco chi? Si va veleggiando col vento in poppa verso Palazzo Chigi. E Berlusconi? Ha reiterato un solo unico concetto: "abbiamo 10 punti di vantaggio". E' un imbonitore - replica Ualter - la rimonta è sempre più vicina. Siamo a una incollatura. Siamo ad una pinzellacchera. E' fatta ormai.
Berlusconi venerdì scorso dice a Matrix: "abbiamo dieci punti di vantaggio". Veltroni risponde: "vedremo questa rimonta dove ci porterà".
Ed eccoci a ieri. Ore 15 exit poll. Realacci, portavoce di Veltroni: "è fatta, la rimonta si è concretizzata".
Ore 20. Veltroni telefona a Berlusconi: ti do atto. Hai vinto. Con 10 punti, aggiungo io. Sia Camera che Senato! Senza comunisti in parlamento siamo forse diventati una democrazia matura. Sursum corda!
Un nuovo un pò restaurato, al botulino, con evidenti segni di liposuzione. Ma bello, terribilmente bello e affascinante agli occhi di Scalfari e Mieli.
E' partita la rimonta. Si può fare narrava la campagna di comunicazione di "Ualter". Prodi? Prodi chi? Visco? Visco chi? Si va veleggiando col vento in poppa verso Palazzo Chigi. E Berlusconi? Ha reiterato un solo unico concetto: "abbiamo 10 punti di vantaggio". E' un imbonitore - replica Ualter - la rimonta è sempre più vicina. Siamo a una incollatura. Siamo ad una pinzellacchera. E' fatta ormai.
Berlusconi venerdì scorso dice a Matrix: "abbiamo dieci punti di vantaggio". Veltroni risponde: "vedremo questa rimonta dove ci porterà".
Ed eccoci a ieri. Ore 15 exit poll. Realacci, portavoce di Veltroni: "è fatta, la rimonta si è concretizzata".
Ore 20. Veltroni telefona a Berlusconi: ti do atto. Hai vinto. Con 10 punti, aggiungo io. Sia Camera che Senato! Senza comunisti in parlamento siamo forse diventati una democrazia matura. Sursum corda!
mercoledì 26 marzo 2008
La Falsa Rivoluzione
Non sempre i compleanni sono momenti di festa condivisa. Lo dimostra quello del ’68 che, politicamente parlando produce ancora ricadute spaventose sui nostri costumi sociali e politici. Sarebbe sciocco scordare che fra le generazioni post conflitto, quella sessantottina fu la prima a crescere con tutti i benefit classici della società borghese: elettrodomestici, auto di proprietà, telefono e riscaldamento in casa. Appare curioso che le rivoluzioni (false) partano sempre da stabili sicurezze acquisite. Disse sprezzante di quella generazione Ionesco: diventerete notai. Dal contestare al rogitare. Il marxismo voleva liberare la classe oppressa dai padroni mentre il ’68 ha voluto solo liberare dei repressi dai loro padri, dalle loro tradizioni, dai loro valori etici e religiosi. Dice bene, per rappresentare quell’epoca, Marcello Veneziani: “Jan Palach fu l’unico sessantottino che scontò la protesta sulla propria pelle. Gli altri incendiarono il mondo pensando a se stessi, lui incendiò se stesso pensando al mondo. Lui affrontò i carri armati, gli altri la carriera.”
Diciamolo in modo netto e senza fraintendimenti: la crisi culturale della sinistra, per quanto paradossale possa apparire, proviene proprio dal ’68. Oggi, gli ex di allora, sono classe dirigente, stanca, senza più idee, senza più speranze, ma con l’arroganza di continuare a rimembrare i miti falsi della loro giovinezza. Guardi Veltroni e ti viene un conato pensando a come sia possibile presentarsi come “il nuovo” in uno scenario decrepito e politicamente in suppurazione.
I riformisti di sinistra sono coloro che sono stati sopraffatti dalla realtà.
Realtà che ha vinto contro le false ideologie. Le stesse che hanno reso la violenza strumento e momento “democratico”, da tollerare e giustificare. Le stesse che hanno distrutto la scuola, l’università, la cultura e l’identità nazionale. Oggi la sinistra, culturalmente, non produce più nulla di nuovo. Oscilla fra Nanni Moretti e Jovanotti. Che bei tempi quelli in cui Togliatti polemizzava con Vittorini. Oggi, al massimo, Veltroni può essere in disaccordo con i comici di Zelig.
Culturalmente la sinistra è ferma. Non produce nulla di nuovo. Oppure si rivolge “al glorioso passato” con no global e disubbidienti o cerca, in modo divertente, di appropriarsi di termini quali liberale o di inneggiare alla meritocrazia, quando, da sempre la colonna vertebrale del pensiero progressista è l’egualitarismo.
Il centrodestra, dalla sua, si sta sviluppando e radicando. Nascono fondazioni, “think tank”, (pensate a Ideazione, Farefuturo, Liberal, Il Domenicale) nuovi giornali. Ci sono battaglie d’avanguardia come quella meritoria di Giuliano Ferrara attraverso Il Foglio, che mette in evidenza l’incosistenza della sinistra di proporre nuove soluzioni su un tema delicato come l’aborto, come se in trent’anni gli scenari sociali e culturali del nostro paese fossero immutati e immutabili.
Posizioni reazionarie sono quelle dei comunisti italiani che si sono schierati contro l’idea di avere Israele paese ospite alla Fiera del Libro di Torino. Sono queste le posizioni progressiste e riformiste? Da ciò si evince che il ’68 ha distrutto l’idea di merito, di autorità, ha innalzato un falso mito della libertà intesa come insensata possibilità di scegliere, sottraendosi alle responsabilità che provengono da ogni scelta. E ora, come ha fatto Sarkozy, è tempo di archiviare questo mito.
Dalla “nuova” sinistra ci aspettiamo questo passaggio. Anche noi, allora, potremmo davvero augurare buon compleanno ad una falsa rivoluzione che fortunatamente non ci ha visto complici, ma solo tristi spettatori.
Diciamolo in modo netto e senza fraintendimenti: la crisi culturale della sinistra, per quanto paradossale possa apparire, proviene proprio dal ’68. Oggi, gli ex di allora, sono classe dirigente, stanca, senza più idee, senza più speranze, ma con l’arroganza di continuare a rimembrare i miti falsi della loro giovinezza. Guardi Veltroni e ti viene un conato pensando a come sia possibile presentarsi come “il nuovo” in uno scenario decrepito e politicamente in suppurazione.
I riformisti di sinistra sono coloro che sono stati sopraffatti dalla realtà.
Realtà che ha vinto contro le false ideologie. Le stesse che hanno reso la violenza strumento e momento “democratico”, da tollerare e giustificare. Le stesse che hanno distrutto la scuola, l’università, la cultura e l’identità nazionale. Oggi la sinistra, culturalmente, non produce più nulla di nuovo. Oscilla fra Nanni Moretti e Jovanotti. Che bei tempi quelli in cui Togliatti polemizzava con Vittorini. Oggi, al massimo, Veltroni può essere in disaccordo con i comici di Zelig.
Culturalmente la sinistra è ferma. Non produce nulla di nuovo. Oppure si rivolge “al glorioso passato” con no global e disubbidienti o cerca, in modo divertente, di appropriarsi di termini quali liberale o di inneggiare alla meritocrazia, quando, da sempre la colonna vertebrale del pensiero progressista è l’egualitarismo.
Il centrodestra, dalla sua, si sta sviluppando e radicando. Nascono fondazioni, “think tank”, (pensate a Ideazione, Farefuturo, Liberal, Il Domenicale) nuovi giornali. Ci sono battaglie d’avanguardia come quella meritoria di Giuliano Ferrara attraverso Il Foglio, che mette in evidenza l’incosistenza della sinistra di proporre nuove soluzioni su un tema delicato come l’aborto, come se in trent’anni gli scenari sociali e culturali del nostro paese fossero immutati e immutabili.
Posizioni reazionarie sono quelle dei comunisti italiani che si sono schierati contro l’idea di avere Israele paese ospite alla Fiera del Libro di Torino. Sono queste le posizioni progressiste e riformiste? Da ciò si evince che il ’68 ha distrutto l’idea di merito, di autorità, ha innalzato un falso mito della libertà intesa come insensata possibilità di scegliere, sottraendosi alle responsabilità che provengono da ogni scelta. E ora, come ha fatto Sarkozy, è tempo di archiviare questo mito.
Dalla “nuova” sinistra ci aspettiamo questo passaggio. Anche noi, allora, potremmo davvero augurare buon compleanno ad una falsa rivoluzione che fortunatamente non ci ha visto complici, ma solo tristi spettatori.
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